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Il consenso

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IL CONSENSO SI CONQUISTA CON I FATTI NON A PAROLE

I valori, punto di riferimento delle azioni - Innumerevoli civiltà-faro hanno guidato il mondo nei secoli

L'opposizione, quando affronta un problema, pensa "Cosa dico?". La maggioranza, quando affronta un problema, pensa "Cosa faccio?". Tutta qua la differenza nel gioco democratico delle parti. I guai cominciano quando anche la maggioranza pensa: "Cosa dico?", anziché: "Cosa faccio?". Si rifugia, cioè, dietro le parole, anziché dietro i fatti. L'opposizione non è chiamata a dimostrare il suo progetto. Al massimo, i suoi uomini devono sembrare affidabili e credibili, in modo da attirare la fiducia degli elettori. L'opposizione deve conquistarsi il consenso a parole, o meglio, con le parole, col convincimento, con l'affabulazione, col carisma (quando c'è), col fascino. Ma non ha bisogno del vaglio di quanto ha fatto, per la semplice ragione che non doveva fare nulla.
La maggioranza, no! La maggioranza viene valutata per quello che ha fatto, bene o male, o per quello che non ha fatto. Deve occuparsi e preoccuparsi se nella Comunità le regole siano corrette, se la ripartizione della ricchezza sia equa fra le fasce sociali, se il sistema produttivo funzioni, se i cittadini paghino le imposte in base alla progressività del proprio reddito, se le infrastrutture siano ben ripartite nel territorio, e così via cantando. Deve intervenire con atti e azioni per rimettere a posto le cose quando sono squilibrate e non funzionano. E lo dovrebbe fare con l'insieme delle leggi e con il suo apparato burocratico. Quando la maggioranza non si comporta in modo adeguato ai bisogni medi dei cittadini non merita il consenso e va penalizzata.
Qualche sera fa, ascoltavo una riflessione di un senatore della sinistra, giornalista, scrittore, già presidente della Rai. Diceva: "Ogni giorno muoiono 50 mila bambini nel mondo. Tutti i Paesi del Mediterraneo del Sud ricevono le trasmissioni televisive del Nord-Mediterraneo. E vedono quanta opulenza vi sia nei Paesi occidentali. Cosa credete che pensino? Venire da noi per partecipare al banchetto".
Il ragionamento non fa una grinza. Ma l'eminente giornalista non ricordava la Storia. Negli ultimi 50 secoli, infatti, per quello che ne sappiamo, si sono avvicendate civiltà diverse, che, di volta in volta, hanno costituito il polo più avanzato dell'epoca. Ed il resto del mondo allora conosciuto viveva molti gradini più in basso, esattamente come oggi. Il popolo della Babilonia ebbe il suo fulgore intorno al ventiquattresimo secolo a.C. quello dell'Assiria, verso il ventiseiesimo secolo a.C. La dinastia dei re cominciò in Egitto verso il ventinovesimo secolo a.C. Ciro il Vecchio, della famiglia reale degli Achemenidi, riunì il più grande impero dell'epoca, assoggettato alla Persia, nel sesto secolo a.C. La Grecia di Sparta (che dominava con le sue truppe terrestri) e di Atene (che dominava con le sue truppe navali) costituì la civiltà cui tutti gli altri popoli guardavano con invidia. L'Impero romano realizzò un momento di grande fulgore per lo Stivale, con la civilizzazione dei "barbari' del Nord, del centro Europa e dell'Africa. E, infine, Napoleone Bonaparte, riunì sotto il suo impero un territorio enorme considerando tutti i popoli come secondari rispetto a Parigi.
Dalla breve carrellata storica, si capisce come la situazione di oggi non sia diversa rispetto a quella di ieri. Un miliardo di persone detiene l'80 per cento della ricchezza mondiale. Gli altri 5 miliardi, solo il 20 per cento. La domanda che ne consegue è: "Ma perché in questi ultimi secoli quei cinque miliardi di persone (prima in numero molto inferiore) non si siano posto il problema di come svilupparsi, di come progredire, di come fare crescere le proprie ricchezze, la propria civiltà, la propria cultura, per recuperare l'arretratezza? Cos'hanno fatto per diventare progrediti come il miliardo di persone che lo è già? è la solita storia, lunga cinquanta secoli, di coloro che sono attivi, propositivi, che si pongono i problemi, che cercano ed applicano le soluzioni. E degli altri che aspettano qualcuno che gli risolva i problemi. Ognuno merita in base a quello che fa, alla positività delle azioni, alla capacità di realizzare risultati. Fatta salva la solidarietà, che va sempre data alle persone veramente bisognose, non ai fannulloni.
Il consenso si conquista con i fatti, non con le parole. Ma il ceto politico italiano è ancora intriso in una sorta di "democristianismo", che gli impedisce di agire con determinazione e continuità perché sostituisce le parole ai fatti, col risultato che tutto il Paese cresce lentamente, senza spinta e senza orgoglio. La storia, secondo alcuni, è maestra di vita, ma secondo i più, insegna che non insegna nulla.
Abbiamo tutti scordato l'infausto regno della parte deteriore della Democrazia cristiana, con satelliti e Pci, che faceva di tutto per restare al governo? C'era di tutto: tangenti, clientelismo, assunzioni pubbliche perniciose, mantenimento del Sud in stato di bisogno per scambiarlo col voto, e così via. E c'è gente che, approfittando della memoria corta degli elettori, vorrebbe tornare a quel sistema, nel quale non c'era sviluppo ma caos perché anche il singolo aveva diritto di voto. Suvvia, politici, siate seri. Lavorate concretamente, diminuite il tasso di parole (la gente non ne può più) e ricordatevi che un'azione politica, senza riferimento ai valori laici e religiosi, è vuota.
Di Carlo Alberto Tregua






"Aggiornato il 02 mag 2008" | civicasanmarco@hotmail.com

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